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[09-09-2008]
Lettera di Adriano Pellegrinni per l'apertura della caccia
La mattanza
L’alba di domenica 7 settembre si tingerà di color rosso purpureo non solo all’orizzonte; sugli steli erbosi di prati e di pascoli alpini colerà il sangue di migliaia di vittime incolpevoli. L’insana “passione” venatoria spegnerà la vita di chi popola boschi e montagne. Per 8.966 ungulati ( caprioli, cervi, camosci) è iniziato il conto alla rovescia; il piombo non risparmierà neppure 1.791 bambi di capriolo e di cervo, nati appena 3 mesi fa.-
Provo orrore e sofferenza psichica di fronte a tanta e tale incipiente sanguinaria gratuita violenza.
Perché nel secondo millennio la caccia trova ancora legittimazione legale e quindi politica? Mi è estranea l’intenzione di prospettare ed esaminare una questione di natura sociologica ed ancor più psicologica, specie dopo l’ottimo lavoro realizzato dalla dott.ssa Carla Corradi con il suo libro, di qualche anno addietro, “A chi spara il cacciatore ?”.-
Maturo conoscitore, in termini di età ed esperienza, del popolo venatorio trentino, sintetizzo qui di seguito le principali e più diffuse “giustificazioni” che provengono da detta compagine sociale:
- “si è sempre cacciato”;
- “la caccia è necessaria per l’equilibrio numerico delle specie selvatiche, essendo venuti meno i predatori naturali”;
- “la caccia è uno sport, come altri”;
- “mi piace vivere dentro la natura”.-
Tutto ciò che nel tempo ha caratterizzato e condizionato la vita dell’Uomo, non appare invero, una razionale e convincente motivazione. E’ agevole argomentare che guerre, malattie, fenomeni naturali violenti etc., hanno segnato il calendario dell’esistenza umana, ma, per ciò stesso, la loro definitiva rimozione, ove fosse possibile, incontrerebbe un’anime condivisione planetaria. Dunque, l’asserzione così motivata, che vorrebbe giustificare questa secolare stolida tradizione, appare chiaramente inconsistente e vacua.
“La caccia è necessaria…”. E’ principio biologico piuttosto noto che le popolazioni selvatiche autoregolano le loro dinamiche demografiche in ragione ed in rapporto alle possibilità trofiche di un dato ambiente. Il tutto, senza alcun intervento del predatore artificiale, armato di fucile. Ne è palese riprova, l’evoluzione delle specie di mammiferi e non solo, all’interno dei parchi nazionali in cui l’esercizio venatorio è precluso. Ulteriore bubbola, è la scusante dell’assenza di predatori naturali…., cui il cacciatore deve surrogarsi… Sorge spontaneo un duplice interrogativo: perché, allora, esercitare una caccia spietata alla volpe, uno dei pochi superstiti di essi? E che dire della rinnovata odierna ostilità nei confronti dell’orso, sfruttata anche per attuali volgari finalità preelettorali?
“La caccia è uno sport..”. L’assunto offende il più comune buon senso. Ogni disciplina sportiva è regolamentata da norme la cui finalità è quella di mettere sullo stesso piano i rispettivi avversari, senza alcun vantaggio precostituito in favore di taluno dei competitori. Tra l’altro, fatto non irrilevante, alcuni anni or sono, la Federcaccia fu estromessa dal CONI, non sussistendo i requisiti per riconoscere a questa pratica natura di disciplina sportiva.
“Mi piace vivere…”. Lo condivido. Tuttavia, vivere la natura, non significa far calare le tenebre negli altrui occhi, spegnere una vita, talvolta tra atroci sofferenze, appropriarsi a titolo personale ed egoistico di un bene, di un valore, che la legge definisce, in maniera ipocrita, patrimonio di tutti.
Invero ed in conclusione, si caccia perché chi la pratica, è del tutto sfornito di un barlume di umana sensibilità e di rispetto per la vita, quale che sia e per come si manifesta.-
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